Suoni di Hyenaz e richiami del mondo

Oggi ho voglia di raccontarvi di un incontro, uno di quegli incontri speciali e magici capaci di aprire porte, di mostrarti nuovi orizzonti, di ampliare le tue prospettive, uno di quegli incontri che sono linfa per continuare a credere e a concentrare il tempo, l’attenzione, l’entusiasmo nei sogni collettivi.
Sono incontri che connettono, incontri che aprono alla vita, incontri di spiriti che esplorano le acque dell’esistenza e si meravigliano ancora nel ritrovarsi in uno sguardo, in un contatto, in un canto, in una parola condivisa.
Tutto questo è ancora più magico se le voci e gli sguardi che incontri appartengono a migranti del mondo dalla Germania, dagli Stati Uniti, dall’Australia: sono alcuni dei luoghi in cui gli Hjenaz hanno vissuto, i luoghi del loro cammino, del loro incontro, luoghi di andata e di eterni ritorni, gli stessi ritorni che li hanno condotti ancora una volta in questa terra, in cui abitano i suoni delle ferule e le voci dei poeti, una terra che riconosce il dono della memoria, nonostante le disattenzioni di coloro che non sanno abitarla; perché a volte basta una disattenzione, una sola, a farti sfuggire di mano la ricchezza che la vita ti offre. Forse sono queste le tentazioni vere: le tentazioni che ti portano a non essere in ascolto, a non ampliare il tuo sguardo, a rimanere inchiodato alle tue certezze e alle tue paure. Sono le disattenzioni che uccidono lo spirito, che fanno delle acque petrolio, sono le disattenzioni che sporcano la terra, che la rendono arida, perché non nutrita dalla ricchezza che feconda, non nutrita dalla gioia, dalla gratitudine che apre il cuore, dalla generosità che in questi luoghi si respira. Sarebbe bastata, quindi, una disattenzione, e oggi, magari, non sarei stata qui, a raccontarvi delle vite che ho esplorato.

Alle 11:00 di mattina del 27 dicembre, e io sono seduta sul divano, in pigiama, quando ricevo una telefonata da Donato Laborante: deve intervistare degli artisti che non parlano italiano, ha bisogno di qualcuno che traduca.
“Ma a che ora è l’intervista?”
“Ora”
“Come ora?”
“Ora, ma vieni se puoi eh, altrimenti non fa niente”
C’è stato un attimo di silenzio: “Ok, sto arrivando”
Mi vesto in due minuti, saluto mia madre, ancora nel letto:
“Mamma, sto uscendo”
“Ma dove vai?”
“In radio!”
“Ma sei impazzita?”
“No ma’, tranquilla!”

Ho chiamato mio padre al telefono:
“Papà, ma dove sono gli studi di Radio Regio?”
“E che ci vai a fare tu agli studi di Radio Regio?”
“Dai papa, che è tardi!”
Ho cominciato a correre per arrivare in tempo, per tradurre le parole di Adrian and Kathryn, due uomini che non conoscevo e che si sono rivelati due musicisti, due cantanti, due danzatori, due poeti, due politici, due amanti, due ricercatori. Non ho tradotto perfettamente, non sono stata brava, ma sono stata entusiasta, e se anche attraverso la mia voce è passata una sola goccia in questo oceano di ricerca esserci è stato utile. Ho ascoltato e ho prestato la mia voce a racconti di viaggi, a riflessioni sull’arte e sulla politica, sulla magia che nasce dal contatto e da uno sguardo, sui paradossi del nostro tempo, in cui creiamo relazioni con persone che abitano oltre oceano, ma in cui non riusciamo ancora ad accettare che dal mare possano arrivare uomini con cui è possibile condividere la ricchezza. A questo proposito, Adrienne ci ha proposto un gioco:
“Immaginate di non essere ancora nati sulla Terra, e di non sapere in che luogo verrete al mondo: potreste nascere in Libia o in Siria, oppure potreste nascere in Europa, in Germania magari, o negli Stati uniti. Cosa scegliereste? Un mondo senza frontiere, in cui hai la possibilità di muoverti, di raggiungere altri luoghi, oppure un mondo in cui ci sono confini che non possono essere superati? Sceglieresti di essere libero, oppure di essere in trappola?”
Quando è finita l’intervista siamo andati in un bar, e lì hanno registrato la mia voce: volevano dialogare con me della migrazione, del senso dell’accogliere, dell’equilibrio fra sogni e memoria, dell’arte del recuperare.
Credo che ciò che non dimenticherò sono i loro sguardi: quella luce che rispecchiava l’incanto della vita, la dolcezza dello stare al mondo, l’attenzione verso l’altro, l’attenzione verso il sé.
Ci siamo ritrovati al loro concerto a Jesce, li ho ammirati liberare colori e suoni, suoni della terra, suoni di altri luoghi, ho visto i loro corpi vibrare e ritornare all’essenziale, dentro energie a cui siamo chiamati a riconnetterci. Hanno abitato un luogo che è all’incrocio di tutte la arti, il luogo in cui ci si ritrova, lo sguardo da cui comincia la ricerca.
Sarebbe bastato tutto questo, per lasciarmi un ricordo dolce, uno di quei ricordi da andare a ritrovare, quando non riesci più a guardare al cielo e a riflettere l’infinito, ma c’è stato altro: il giorno dopo, mi hanno invitato a tornare in masseria per registrare i suoni della terra, tracce di ferule che vibrano al vento.

E’ stato magico, come neve arriva e che non ti aspetti, come vento che dona parola, come acqua che feconda la terra, come certi che abbracci che creano l’infinito.
E’ stata ricerca, cerchio fatto di attimi e piccole cose, doni del cielo negli occhi dell’uomo, gratitudine verso chi ancora ha un sogno nel cuore.

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WOP STATE OF MIND: ALLA RICERCA DEL PASSAPORTO PERDUTO

Il 4 dicembre, a Jesce, grazie a Luca Privitera ed Elena Ferretti, nella masseria ha vibrato a un suono:
Wop!
Un suono che è una storia, un nome, una denuncia.
In America, gli italiani venivano chiamati così: wop, un nome che viene da “uappo”, un nome che definisce uno spavaldo, un po’ fuori dalle righe, un nome che definiva una condizione sociale, quella degli uomini With Out Passport, di quelli che esistono, ma non abbastanza perché il mondo li riconosca, degli esseri di frontiera, che abitano il confine che c’è tra l’essere e il non essere, tra la terra e il mare, la condizione di coloro che rimangono nel mare, quelli fuori dal confine, fuori dalle righe quanto basta per sprofondare nei fondali ed essere destinati ad essere uomini che abitano un luogo dimenticato: il mare, che per sua natura è ponte fra le terre, e per volere dell’uomo barricata, frattura, luogo del non ritorno.
Tutti questi uomini sono uomini With Out Passport, senza un passaporto, senza il permesso di esistere, senza il diritto a cure mediche, sono uomini fuggiti e ancora costretti a nascondersi dalla vita; sono l’emblema degli uomini di cui abbiamo paura, delle cose che affiorano dentro di noi e che nascondiamo, in nome della sicurezza, della stabilità, in nome della paura stessa a cui non cerchiamo più neanche un nome, un’origine, un senso.
Questo è Wop: una messa in scena delle paure, dei pregiudizi, delle barricate, di una stabilità e di una sicurezza pretesa e mai cercata, una messa in scena di una continua caccia al colpevole, caccia senza fine, caccia che logora, caccia che uccide. E’ la caccia in cui ci perdiamo, la caccia che ci inganna, che ci fa vivere nel buio delle nostre certezze, che ci fa cercare il male fuori di casa, proprio perché fa meno paura del guardarsi dentro, del guardare al malessere che ci abita, perché la ricerca ci fa paura, perché la verità ci fa paura. Ci fanno paura le scelte degli altri, i loro istinti, le loro emozioni; ci fa paura che possano essere diverse dalle nostre, che il nostro sentire sia diverso, la nostra percezione, il nostro sguardo, la nostra vita; allo stesso tempo, ci fa paura scoprire vicine, simili, legate a noi, persone che consideriamo diverse quanto basta perché sia impossibile costruire una relazione.
Sono paure che risiedono nell’essere umano, e sono i mostri da sconfiggere per proseguire nell’evoluzione.
Questa messa in scena non offre soluzioni, semplicemente esplora il vuoto, la finzione che abita il nostro tempo, la porta in superficie, e ci mostra il ridicolo concentrato dei nostri limiti, così sciocco, insulso, indegno dell’essere umano, se confrontato al suo potenziale, alle infinite possibilità di espressione e di relazione che possono consentirci di ritrovare la strada della verità e della libera ricerca.
Wop è una condanna a morte per i boia dell’anima,di quelli che ci assopiscono, che soffocano lo spirito, che danno fuoco alle idee, ai sogni, alle speranze. E’ uno spettacolo che non finisce,che ti porti a casa,perché apre a consapevolezze e ogni giorno ti riappare, nello stare a galla degli uomini, nella paura del fondo del mare,nel terrore dell’accoglienza, della porta aperta, nell’aggrapparsi a un senso di appartenenza senza radici. Poichè, se fossimo connessi alle radici, la vita ci farebbe meno paura, l’altro ci farebbe meno paura; è questo che ci manca, è questa la nostra sofferenza, la paura di riconoscere il nostro essere Wop, uomini senza un passaporto, quello vero, quello che ti fa ritrovare il centro, e ti permette di viaggiare, di accogliere, di guardare verso l’orizzonte e di riscoprire quanta bellezza ci sia al di là del mare e nel cuore della gente.
Se solo ne fossimo consapevoli, comprenderemmo che concedere passaporti non è il problema, la vera rivoluzione sta nel ritrovare i nostri, quelli della nostra civiltà e della nostra storia, quelli che davvero ci rendono liberi di intendere e volare
verso l’altro
verso il mare
verso il sé.

Insomma,andate a vedere Wop,stateci un po’ male,e poi spalancate il cuore alle consapevolezze: è la nostra via di uscita,l’unica strada possibile per la rivoluzione che meritiamo.

Atti in viaggio: laboratorio di teatro nel cuore delle migrazioni

Il 2 e il 3 dicembre,nella masseria Jesce, ho incontrato uomini alla ricerca che hanno liberato storie nell’etere, in un laboratorio di teatro sul viaggio e sulle migrazioni.

Insieme, ci siamo ritrovati ad esplorare le attese e ad attraversare il mare, per aprirci a nuovi incontri e a ritorni che sorprendono, nell’ascolto dei ritmi che scavano dal nostro profondo, per emergere e risuonare: sono ritmi che emergono da luoghi dimenticati e danno luce a storie, meraviglie e relazioni,come acqua che fluisce e che purifica,acqua che apre il cuore e si fa strada nei luoghi che rigenerano la ricerca,
acqua che ha memoria di consapevolezza

Nelle acque esplorate insieme, ho ascoltato i racconti di viaggio di Irene e Serena, ribelli naviganti da Venezia, attrici sensibili, anime curiose e invasate dall’entusiasmo e dall’amore che apre il cuore all’incanto. Vi racconto il loro viaggio, perché è stato per tutti noi una riscoperta, un incontro e un ritorno, il simbolo di una rivoluzione possibile per coloro che esplorano la vita riempiendo il loro tempo, rendendolo fecondo, perché fiorisca l’arte nei nostri luoghi di passaggio.
Serena e Irene sono arrivate ad Altamura in treno, nella notte,e hanno camminato per le strade della nostra città, attraversato il suo cuore, si sono imbattute nei luoghi che più di altri testimoniano le ricchezze che noi dimentichiamo: la piazza, il teatro, il liceo.
Poi si sono addentrate in una villa,hanno montato la loro tenda,e hanno passato lì la notte, giocando con le stelle. Al mattino è arrivato il proprietario del luogo: cercava ladri e ha trovato due ragazze in cammino, che per una notte avevano vissuto un luogo,e qual luogo era diventato casa e rifugio. Le ha ringraziate, si è scusato per il freddo,e poi le ha guardate che riprendevano a camminare,con il passo che accompagna gli spiriti di quelli che navigano nella fiducia con cuore aperto.
E grazie alla fiducia sono giunte a Jesce, nella masseria, tempo e luogo del nostro laboratorio, attraverso incontri incontri e benedizioni che aprono mondi e liberano storie. Queste storie sono confluite nei nostri racconti e nel nostro tempo,negli squarci che abbiamo aperto, nella luce che abbiamo incontrato.

C’è qualcosa, nel teatro, che va oltre la vita.
Il teatro apre la vita, lascia che fluisca, lascia che si scioglia.
Lascia che gli atti mostrino la strada che ci aspetta aldilà delle nostre certezze.
Teatro è danzare a piedi nudi sulla terra, raccontare le storie che le nuvole abbandonano, è cercare negli occhi dell’altro le strade della nostra ricerca. Sono le strade in cui ci siamo persi durante il nostro viaggio,sono le cose che abbiamo condiviso,sono le acque della vita in cui ci siamo specchiati, creando gioia, profondità e bellezza.
In queste acque che custodiscono memoria abita la gratitudine. Ne abbiamo fatta esperienza,l’abbiamo sentita, e ne abbiamo fatto parola, abbraccio,incontro.
Per questo ringrazio Nina e Luca,attori, amanti, ricercatori,politici,umani e infinite cose ancora: mi inchino all’amore vero di cui siete testimoni.
Ringrazio Barbara,che custodisce i sorrisi e la semplicità del cuore,
e Donato,memoria delle storie che il cielo racconta e dei doni abbandonati agli angoli delle strade.
Serena e Irene, voi avete liberato le sorprese e le meraviglie che abitano gli spiriti dolci e ribelli. Attendiamo il vostro ritorno, col desiderio di metterci in viaggio.
Infine, grazie ai miracoli che sono nati fra le nostre mani,in uno sguardo, in una voce, in una storia,e a tutti coloro che sono stati parte del nostro migrare, perché “quando il mondo è così bello e le persone riescono a ridarti fiducia nelle cose, la vita non può che essere meravigliosa”: parola di Serena.

SIAMO VENUTI PER “VIVERE”!

Questo articolo lo ha scritto una figlia di questa terra, una ragazza speciale, una guerriera sensibile, uno spirito ribelle e libertario, e la storia che qui si racconta è la storia di una battaglia nelle acque della vita, acque non sempre limpide, acque in tempesta, contaminate dalle miserie umane, ma capaci di regalare meraviglie a chi ha il coraggio di pescare ancora.
Navigate in questa scrittura,
buon vento a tutti voi

Siamo venuti per “vivere”!
Una stanza vuota, prigione di qualsiasi sentimento, anfratto di oscenità. Il nulla. Il vuoto. Occhi che non vedono. Orecchie incapaci di ascoltare. Bocche rigorosamente cucite. Era questa l’introduzione di quelle fiabe che ti leggevano quando eri bambino? Era questo il mondo che immaginavi? Dove sono finiti i tuoi sogni? Dove sono le tue passioni? Dov’è finito il tuo cuore? Dov’è finito il tuo cervello? Dove sei, tu, uomo, donna, ragazzo, bambino?
Quella che vi racconto oggi non è una fiaba. Quella che vi racconto oggi è realtà.
Provate dunque a vedere il posto (se così si può definire) descritto nelle prime righe di questa pagina. Guardate questa gabbia di cui siete prigionieri. Rendetevene conto! E’ questo che siete, è questo che siamo: prigionieri, corpi semivivi, salme che passeggiano di qua e di là, serpentelli che strisciano ai piedi di “qualcuno”…
È un silenzio assordante quello che riempie le vostre, le nostre orecchie. È assordante quel silenzio che attanaglia qualsiasi luogo ormai. Anche le cosiddette “cattedrali del pensiero”, in cui le idee dovrebbero essere generate. Quel silenzio che senti addosso come una lama, quel silenzio così freddo. Quello della censura, dell’ingiustizia, della libertà violata. Quello che riempiva la hall del “Perinei”… quello di un direttore-tiranno che sceglie di non darti risposte.
Francesco Papappicco e Francesca Mangiatordi sono due medici. Loro lavorano per passione. Sfidano la morte ogni giorno, combattendo contro di essa continuamente. Lottando anche quella notte che qualcuno ha già scordato: la notte tra il 4 e il 5 marzo, l’esplosione della bomba in Largo Nitti.
Papappicco e Mangiatordi sono quei lavoratori scomodi. Quelli che non sono rimasti zitti. Sì, proprio quei due che protestavano all’Ospedale della Murgia. Prima in catene, poi con lo “sciopero della fame”. Ci vengono i brividi solo a pensarlo! Dodici giorni di solitudine e vuoto.
Ma… smettete di leggere! Scappate! Non dovete vedere! La gente non deve sapere!
Pochissimi osano parlare o scrivere di Papappicco e Mangiatordi, altrimenti la pagheranno anche loro! E’ così che Antonio Loconte, direttore del Quotidiano Italiano Bari, con il suo coraggio e la sua professionalità, si guadagna anche lui “qualche” minaccia.
E di cosa si sono nutriti allora i due dottori in quei dodici lunghi giorni?
I nostri “cari” dittatori, i signori di palazzo, i plutocrati di turno, non gli hanno potuto togliere i libri, la cultura. Non hanno potuto togliergli le strette di mano, le parole, gli abbracci, di una manciata di gente interessata e coraggiosa, che ha scelto di non lasciarli soli!
L’hashtag Facebook #noiduecimettiamolafaccia, diventa presto un #noicimettiamolafaccia. Diventa il motto di tutti. Diventa un invito a non restare a guardare. Diventa un inno a Papappicco e Mangiatordi “eroi per necessità”. Diventa un corteo, una manifestazione colossale. Un’occasione di riscatto per tutti coloro che hanno deciso di uscire dalla propria prigione. L’hanno scelto domenica 8 novembre, ed erano centinaia. Tutti pronti a marciare pacificamente per le strade di Altamura, striscioni alla mano, la “voce” come arma. Cittadini che scelgono di non arrendersi. Cittadini che per un giorno decidono di chiamarsi tutti Francesco e Francesca.
La resilienza, la determinazione, il coraggio, la pazienza, la temperanza, il sacrificio, la dignità…
Francesco e Francesca ci hanno insegnato questo e lo hanno fatto con l’umiltà dei grandi “eroi”.
Ci hanno insegnato che si può e si deve lottare per la giustizia. Anche quando si è soli, anche quando ti senti dire ogni giorno che non vali niente, anche quando partono censure e provvedimenti disciplinari a tuo carico. Hanno insegnato tutto questo ad una Terra avvelenata, omertosa, falsa, colpevole, criminale, ma “orgogliosa”. Orgogliosa per quel popolo che ha scelto di scendere nell’arena a testa alta e senza paura ha denunciato, ci ha messo la faccia, ha urlato che “Il re è nudo”, proprio come il bambino della famosa fiaba di Andersen (“I vestiti nuovi dell’imperatore”).
Ma non è finita qui…
Quell’ormai noto hashtag Facebook ora è un gruppo. È un insieme di persone che si frequentano da poche settimane eppure si sentono già come una famiglia, come se si conoscessero da una vita…
Quindi nasce l’idea di fondare il “Circolo Culturale Libertario Etienne de la Boetie” (1^ sezione in Terra di Murgia), il cosiddetto C.L.E.B.
Il circolo promuoverà eventi culturali, sarà provvisto di una biblioteca e di altre aree tematiche. Un progetto ambizioso in nome del grande Etienne de la Boetie (1530-1563), che già cinquecento anni fa, in “Discorso sulla servitù volontaria” ci lanciava il messaggio: “Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi”.
Un progetto da realizzare all’insegna della “libertà”, una parola di cui abbiamo dimenticato il significato.
Questa sera, venerdì 27 novembre 2015, ad Altamura, in via Perosa 26/a, alle ore 20,00, il Circolo si riunisce.
Per chiunque senta il bisogno di lottare per la giustizia, per chi ha voglia di ribellarsi, per chi vuole sentire il profumo della libertà, per chi cerca ancora il senso della propria vita, per chi ha voglia di appropriarsi della propria esistenza e sentirsi finalmente se stesso… questa è l’occasione giusta.
A questa storia manca il finale. Non saranno le parole a cambiare il mondo, perché questa è una lotta senza fine, come tutte le grandi guerre. Scriviamo insieme questa storia!
Vi aspettiamo!
Silvia Miglionico

Giovani in piazza: il coraggio di un canto libero

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Ieri, 17 novembre 2015, migliaia di ragazzi hanno partecipato alla manifestazione studentesca che si è tenuta a Bari per la Giornata Internazionale dello Studente.

Ieri migliaia di ragazzi hanno gridato nelle piazze di tutta Italia il loro desiderio di lottare per un mondo migliore, in cui ci siano diritti per tutti e privilegi per nessuno, e lo hanno fatto con la gioia, la luce e il colore che solo i sognatori veri sanno liberare.

Liberare: in questa parola c’è il cuore dei nostri progetti, della nostra battaglia, è qui che si trova il significato vero di una speranza collettiva.
Mentre sfilavamo con il corteo per le strade di Bari, riflettevo proprio su questo: su quanto siano liberi, profondi e ribelli gli sguardi di chi si porta un sogno nel cuore. Sono gli sguardi che ho incontrato in tanti di noi, gli sguardi di chi non si arrende e non si lascia corrompere, e continua a creare, a credere e a vivere, e lotta ogni giorno per salvare le idee. Perché sono le idee che ci rendono liberi, perché sono le idee che ci rendono umani.

Per questo, fare street art in piazza, scrivere idee su fogli di carta e suonare canzoni di denuncia sociale, non è semplicemente un’azione come un’altra, ma è un atto di consapevolezza a cui fare ritorno, ricominciando ad essere consapevoli di come la scuola possa essere un luogo di crescita e rivoluzione, e di quanto potere sia nelle nostre mani. Dobbiamo esserne consapevoli, anche quando si tenta di nasconderlo, ai nostri occhi e agli occhi del mondo, anche quando altri ci dicono che non ha senso combattere per un ideale.

Perché chi dice questo,
preferisce un silenzio finto
a un canto libero.
Perché la scuola appartiene ai giovani, e il futuro ai sognatori.

Foto di Ambra Asdrubalini:
scatti di mondo,
colori di rivoluzione

Le voci delle radio libere: sogni e ritorni Onde Road

E’ dall’inizio dell’estate che non mi ritrovo a scrivere un articolo.
Non ne ho scritti perché è stata un’estate troppo piena di letture, di mare, di me, di pensieri, di incontri, di attese. E poi settembre è solito risucchiarci in vortici di cose da fare, così necessarie per il mondo, così lontane da te, che talvolta finisci per dimenticare che tutto ciò di cui hai bisogno è un luogo in cui sostare e riconnetterti alle rivoluzioni in corso nella vita, nell’etere e nel mare.
La masseria Jesce è il luogo adatto per queste rivoluzioni, per i ritorni ai respiri e agli esseri che rendono un atto lo stare al mondo.
Terra di metamorfosi, si trova lungo la via Appia, una strada realizzata da Appio Claudio Cieco, il primo poeta nella tradizione latina, un uomo innamorato della Grecia, dell’arte e della sapienza che erano fiorite in quelle terre.
La cecità, nelle culture antiche, è capacità di vedere oltre, di scendere nel profondo, verso l’universo spirituale. Per questo i poeti nella cultura greca e latina sono spesso ciechi: è il prezzo da pagare per divenire vuoti, per divenire vasi che il divino riempie, e custodire le radici, le memorie e la luce di nuove consapevolezze.

Questa masseria è stata stazione e terra di transumanze: nella sua storia ha conosciuto il dolore dell’abbandono, il peso delle distrazioni umane e la gioia del ritorno alle consapevolezze.
E il luogo adatto per ritrovarsi e riscoprire, il luogo adatto per rincontrare storie avvolte nei sogni di rivoluzione.
Il 18 ottobre, a Jesce, Massimo Ivan Falsetta ha proiettato per noi “Onde road”, un film-documentario che è una proiezione e un riflesso dell’energia della generazione degli anni 70/80, anni in cui la radio è stata sperimentata come canale per veicolare il talento, l’inventiva, la potenza e la ribellione di giovani spiriti liberi e rivoluzionari.
Per molti ragazzi l’occupazione delle frequenze libere è stata una sorta di occupazione di suolo pubblico, un polmone verde, peraltro illegale, in una società inquinata e sottomessa a canoni e convenzioni sociali, un modo per affermare il diritto alla creatività e alla ricerca: una radicale inversione di rotta che apre ad un cambiamento reale, che parte dal basso, e ha le sue radici nella consapevolezza della propria potenza.
Sono queste le consapevolezze che l’umanità sta perdendo e che alcuni di noi ricercano nelle voci e agli atti di artisti e poeti invasati, uomini i cui spiriti sono vasi riempiti dei sogni delle rivoluzioni:sono i sogni a cui dobbiamo fare ritorno, ricominciando a camminare su strade percorse da altri uomini e ritrovando il coraggio di compiere scelte che siano cambi di rotta, quando ci si accorge di non avere più una meta, un desiderio, un sogno, un ideale per cui continuare a correre e combattere.
E’ questa la strada sulla quale si avventura la protagonista del film Barbara Bi, agente segreto della censura futuribile, che deve affrontare una situazione di emergenza: tutte le frequenze delle radio moderne sono state bloccate da una trasmissione radio condotta da una speaker che inonda l’etere con trasmissioni di repertorio nazionale degli anni settanta e ottanta; a Barbara quindi il compito di trovare il nascondiglio in cui la donna si nasconde per sventare il temibile atto terroristico.
L’indagine che questa donna intraprende è in realtà un viaggio nella storia delle radio libere, attraverso l’incontro con i tanti speaker, disc-jockey e intrattenitori che hanno vissuto questo tempo con la semplicità e l’entusiasmo che animano i progetti veri. Un viaggio nelle periferie del mondo che sono le periferie dell’anima, nei luoghi in cui si nascondono i sogni oppressi, in un mondo che si protegge dal cambiamento imponendo confini alla ricerca, alle idee e alla conoscenza.
Sono i confini che limitano i nostri orizzonti, che ci inducono a vedere il progresso in una ricchezza che non ha più valore, i confini che uccidono i nostri sogni, disgregati dall’individualismo di una società che non sa più essere e concepirsi collettivo.
Sono confini oltre i quali è possibile andare, diventando consapevoli della ricchezza che ci portiamo dentro, del valore del web e del progresso tecnologico, dell’importanza delle battaglie sociali che altri uomini hanno combattuto, della responsabilità che abbiamo in quanto parte di questa generazione: doni con cui possiamo condannarci al degrado oppure andare avanti in un’evoluzione che può ancora regalarci stupore e meraviglia.
Questo film è una raccolta di voci libere e limpidi atti di ribellione,
un invito a riconnettersi alle radici dei sogni di rivoluzione,
per continuare a crescere e ricercare,
verso l’etere, onde road.
onde road

Sahaja Yoga a Jesce: Stazioni dell’anima negli incontri che connettono

Accade che a volte nuotatori in mare aperto si ritrovino insieme in un luogo del  mare verso cui nuotano da tempo, oppure un luogo che non conoscevano, frutto inaspettato dei giochi di corrente.

Lì, in quel luogo, possono accadere meraviglie.
E’ il tempo adatto per incontri che trasformano.
Tempo adatto per l’amore e per le voci nella terra
Tempo delle stelle e dell’orientamento

Luogo e tempo caro agli spiriti alla ricerca.

Jesce, antica stazione di posta, è stato il nostro luogo.
Sahaja Yoga è stato il nostro tempo.
Sahaja
una parola che risuona dolce
come onda di mare
che riconosce la corrente.
Sahaja vuol dire spontaneo
Yoga è unione yoga è il mare
Noi esseri umani siamo gocce onde  mare
dentro di noi abitano i suoni della corrente
e il soffio divino che ci orienta:

possiamo  risvegliarlo,
basta essere in ascolto
del Tempo dell’ Aria del Mare

E la Terra parlerà e racconterà cose meravigliose
attraverso voci pure e illuminate
nei canti del mondo
nelle danze che libera il vento

Il 16, il 17 e il 18 chi come me ha abitato questo luogo è stato testimone di queste danze, dei canti e dei racconti, della luce delle stelle e della gioia che riempie il tempo condiviso.
Abbiamo sperimentato il risveglio della Kundalini: è la meditazione che ci apre al Sahaja Yoga, il risveglio di un’ energia materna e purificatrice che è dentro di noi, nel nostro osso sacro.
Di lei hanno parlato tutte le Sacre Scritture, e il suo risveglio si manifesta sotto forma di brezza fresca: un risveglio dolce e materno, che ci connette al cielo e alla terra, al divino che è in noi e nel cuore degli altri.

“Noi siamo tempio dello Spirito Santo”

A trasformarci in realtà è la consapevolezza delle verità che custodiamo.
La consapevolezza delle energie che abbiamo dentro, della Luna e del Sole che ci abitano, delle storie che lo spirito custodisce e che attendono di essere rivelate.

La kundalini può raccontarci la verità, attraverso di lei possiamo riconoscere le nostre paure e i nostri errori, nella consapevolezza di essere altro, di essere Spirito e riflesso della Luce e della Bellezza.
Della Luce e della Bellezza di cui hanno narrato tutte le religioni, degli angeli e delle divinità di cui hanno cantato.

A Jesce, un tempo, c’era il culto di San Michele Arcangelo, divinità che è dentro di noi e che combatte le negatività che ci abitano.
San Michele è un combattente, è colui che protegge e che conosce il tempo del morire
Perché lo spirito possa vivere davvero
E perchè il cuore possa essere sorgente.
E’ in questo luogo che emergono i sorrisi e fiorisce la gratitudine che apre il cuore alla gioia.

Gioia vera e profonda
che sgorga

e in lei puoi immergerti:

qui cambia il tuo sguardo sul mare e i fondali hanno un altro colore.

Grazie, quindi, ad Agnese Fatou Giordano, per averci accompagnati in questi giorni nell’amore e nella gioia.
La ringrazio anche perché è nella luce dei suoi occhi e nella dolcezza del suo cuore che mesi fa Io, Valentina e Cinzia abbiamo compreso che Sahaja Yoga era la strada. Grazie anche a voi due, ribelli anime alla ricerca, perché insieme abbiamo desiderato con cuore puro questo incontro. Vi ringrazio anche della felicità e del tempo condivisi.

Ringraziamo Donato, per le parole che si depurano in fiumi di poesia,
e per credere nella potenza dell’amore
oltre le disattenzioni del mondo

Grazie di cuore a Liana e a Riccardo, per aver condiviso con noi la leggerezza e la fiducia nel vivere ascoltando la corrente.

Ringrazio Giovanni, per avermi insegnato a riconoscere l’Orsa Maggiore fra le manciate di stelle che riempivano il cielo,

e tutti coloro che hanno condiviso con noi il loro respiro.

Ringraziamo il cielo,
la terra che accoglie
e i serpenti che cambiano pelle
ascoltando le stagioni della vita.

Ringraziamo la Madre che ci abita
che depura e crea equilibrio
nei nostri atti e nel nostro sentire
nella Terra, nell’Aria e nel Mare.

La gratitudine è un suono
in cui viaggia la gioia
di essere esseri
umani e divini
nella consapevolezza rivelata all’uomo
e liberata nell’aria e nello spirito
da Shri Mataji
Madre, Gioia e Pura Conoscenza.